Saharawi
 

SAHARAWI: STORIA DI UN POPOLO IN ESILIO

Si calcola siano duecentomila i saharawi residenti in campi profughi nell'estremo sud-ovest dell'Algeria.
Di loro si parla poco, come di tutti i popoli "dimenticati", le cui rivendicazioni vanno a turbare interessi consolidati ed equilibri internazionali delicati.
I rifugiati saharawi sono i sopravvissuti al grande esodo: interminabili marce nel deserto inseguiti dall’aviazione marocchina avvenuta nel 1975. Trentadue anni di vita nella zona considerata tra le più invivibili del pianeta.
Il territorio che ospita i campi profughi è di circa cento kmq, ed è completamente desertico, piatto, ricoperto di sassi e sabbia (Hammada). La zona è suddivisa in quattro wilayas (provincie), ognuna formata da sette daire (comuni), divise a loro volta in barrios (quartieri) .
La struttura sociale delle comunità nomadi del Sahara Occidentale e una storia marcata da costanti correnti migratorie, rendono l’entità territoriale di questo paese, così come di altri paesi africani, difficilmente definibile se non con il ricorso ai confini tracciati dalle colonie.
È quindi dal XVI secolo, periodo pre-coloniale, che si può constatare una netta distinzione politica che separa la regione dal resto del Magreb.
Dal XIII sec. i Maqil, nomadi provenienti dall’oriente arabo, si sono insediati progressivamente nel territorio che si estende dall’Oued Draa all’attuale Mauritania, entrando in simbiosi con i berberi, anch’essi nomadi.
Da quest’unione nasce l’attuale popolazione del Sahara Occidentale e si può cominciare a vedere il primo embrione del popolo Saharawi (letteralmente, originario del deserto).
L’indipendenza, il rifiuto di sottomissione ad altri stati, la conflittualità intertribale, la lingua e la cultura arabo-islamica e il nomadismo erano i caratteri dominanti del popolo del Sahara nel corso del XIX secolo. Questo popolo presentava degli elementi di omogeneità abbastanza spiccati, il che consentiva di parlare di un’entità saharawi anche se non ancora di una coscienza nazionale (sviluppatasi più tardi).
Verso il 1433-34, il portoghese Gil Eanes toccò per la prima volta la costa dell’attuale Sahara Occidentale. Nel 1884, la Spagna dichiarò sotto la propria protezione la regione del Rio de Oro e concluse accordi con i capi-tribù locali. L’anno seguente, alla Conferenza di Berlino, ratificata la partizione dell’Africa, la Spagna  vide riconosciuti i propri diritti sui territori del Sahara. Nel 1934 l’amministrazione spagnola, dopo un’aspra lotta anti-coloniale, attribuì alla popolazione saharawi un documento d’identità consolidando nel tempo l’autoidentificazione della popolazione autoctona ed il sentimento dell’appartenenza territoriale al “Sahara spagnolo”. È proprio in seguito a questo che si poté parlare di risveglio della coscienza saharawi, in quanto è in tale momento storico che iniziò la formazione di una resistenza locale contro lo sfruttamento e i soprusi coloniali .
La scarsa penetrazione della Spagna nelle zone interne della colonia, garantì libertà d’azione alla popolazione saharawi impegnata contro l’occupazione.
Il leader religioso (cheick) Ma El Ainin, che fondò Smara, rendendola un centro religioso e politico, diresse azioni di resistenza contro l’occupazione coloniale sia al nord che al sud del Sahara; in un primo tempo trovò l’appoggio del sultano del Marocco per rifiutarlo immediatamente dopo, quando il sultano decise di collaborare con la Francia.
Il 23 giugno 1910 l’esercito francese bloccò l’avanzata dei patrioti saharawi; la lotta, dopo la morte nell’ottobre dello stesso anno di Cheick Ma El Ainin, fu portata avanti dal figlio che entrò a Marrakesh nel 1912.
La Francia reagì con violenza, radendo al suolo la città di Smara e distruggendo la biblioteca, che conteneva più di cinquemila manoscritti. Sotto il protettorato francese del Marocco, ed in particolare tra il 1924 e il 1932, i saharawi condussero azioni di guerriglia, sfruttando la loro conoscenza del territorio. La repressione francese fu dura e, supportata dalla collaborazione spagnola, dal 1934 divenne effettiva .
La scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa, negli anni Cinquanta, aprì una fase di colonizzazione più intensa e una trasformazione della società tradizionale . Lo sfruttamento economico delle nuove risorse richiese nuova forza lavoro e comportò la sedentarizzazione della popolazione. La scuola divenne un privilegio raro e solo a pochissimi saharawi fu permesso studiare in Spagna. La fine degli anni Cinquanta, con la maturazione dei movimenti indipendentisti africani e arabi, rappresentò il punto di svolta nella storia della regione.
Il 2 marzo del 1956 il Marocco ottenne l’indipendenza e reclamò ufficialmente i territori del Sahara Occidentale sotto l’occupazione spagnola, in vista della realizzazione del “grande Marocco”, ottenendo la zona di Tarfaya.
La proclamazione d’indipendenza della Mauritania, il 28 novembre 1960, aggiunse un nuovo soggetto nella questione della rivendicazione del territorio del Sahara.
In tempi successivi, l’Assemblea Generale O.N.U. adottò due risoluzioni con il comune obiettivo di sollecitare la Spagna ad organizzare un referendum, sotto il controllo delle Nazioni Unite, che permise alla popolazione autoctona di esprimersi liberamente e previde il ritorno degli esiliati.
La guerra del 1957-58, contro la presenza coloniale spagnola, rappresentò un’autentica manifestazione del nazionalismo saharawi; la guerra venne persa e il popolo fu ancora oggetto di sterminio e persecuzione, ma si rafforzò la coscienza nazionale e politica.
Nonostante la persistenza del controllo coloniale e la repressione sistematica da parte del Marocco, dai primi anni Sessanta iniziò una riorganizzazione delle forze indipendentiste nelle città, nei centri abitati e presso i rifugiati nei paesi vicini.
Tale processo si tradusse materialmente nella formazione di un’organizzazione politica indipendentista e clandestina, il cui obiettivo fu di riunire e canalizzare le forze e le aspirazioni popolari: il Movimento di Liberazione del Sahara, fondato dal giornalista Mohamed Basiri, che si sviluppò nei territori all’interno e si espanse a tutta la colonia.
Le prime azioni del Movimento non ebbero carattere militare e presero la forma di resistenza civile: scioperi, manifestazioni, insegnamento della lingua araba e della storia nazionale saharawi.
Il coprifuoco decretato nel 1969 e la serie di carcerazioni ed espulsioni dello stesso anno, mossero l’ONU a richiamare la Spagna all’applicazione della risoluzione del 1514 sulla decolonizzazione.
Il 17 giugno 1970, grazie alle varie manifestazioni, il Movimento ebbe modo di manifestare apertamente il rifiuto del colonialismo da parte dei saharawi e di presentare alla Spagna un documento di richiesta d’indipendenza del territorio.
Un generale spagnolo ordinò alle forze di polizia e alla legione di far disperdere la folla, composta di migliaia di persone: fu un massacro, seguito dalla persecuzione e carcerazione di centinaia di militanti.
La notizia del massacro portò la controversia e la lotta del popolo saharawi per la libertà a conoscenza della comunità internazionale.
Riorganizzatosi, il 10 maggio 1973, il Movimento si trasformò in un’organizzazione armata denominata Fronte Polisario, Fronte Popolare per la Liberazione della Saguia el Hamra e del Rio de Oro .
La lotta armata fu annunciata il 20 maggio, in contemporanea con lo sviluppo di un’azione politica volta ad organizzare il popolo in favore dell’indipendenza nazionale, spiegare a livello internazionale la situazione della colonia e sollecitare l’appoggio morale e materiale alla causa.
Dopo anni d’intensa azione su tutti i fronti, la Spagna fu obbligata a riconoscere il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza; le truppe abbandonarono le numerose postazioni all’interno.
Nell’Ottobre del 1974, l’Assemblea Generale O.N.U decise il ricorso alla corte Internazionale di Giustizia dell’Aja per un parere sulla questione. Il rapporto della missione O.N.U rilevò che «La quasi unanimità si pronuncia a favore dell’indipendenza e contro le rivendicazione di Marocco e Mauritania. Il Fronte Polisario all’arrivo della missione si è manifestato come la forza politica predominante nel territorio» . Nel 1975, la Corte di Giustizia affermò che il Sahara Occidentale al momento della colonizzazione non era terra di nessuno e riconobbe l’esistenza di legami giuridici d’alleanza tra Marocco e alcune tribù. La Corte evidenziò però l’assenza di valide ragioni per non applicare la risoluzione O.N.U sulla decolonizzazione, e confermò la necessità del principio di autodeterminazione attraverso una libera espressione della volontà popolare. 
Lo stesso giorno della pubblicazione della Corte, il re Hassan II organizza la “marcia verde”, una grande marcia pacifica ribattezzata “marcia nera” dai saharawi .
L’esercito marocchino, già impegnato nel territorio prima dell’accordo di Madrid, continuò l’azione d’invasione occupando gli spazi abbandonati dall’esercito spagnolo; Smara fu occupata, così come altri centri. La resistenza del Fronte cercò di opporre un freno immediato, le zone occupate dal Marocco, furono abbandonate dalla popolazione che si spostò verso le zone libere. Anche l’esercito mauritano sferrò l’attacco e dopo dieci giorni di bombardamenti prese il controllo di Guera.
L’ONU sostanzialmente restò neutrale. Il 27 febbraio 1976, a Bir Lahlou, il segretario generale del Fronte Polisario proclamò l’indipendenza della Repubblica Araba Saharawi Democratica (R.A.S.D.); il primo governo della R.A.S.D. fu formato il 4 marzo sotto la presidenza di Mohammed Lamine e tuttora è riconosciuta da oltre settanta Paesi nel mondo ed è vicepresidente dell’Unione Africana .
La battaglia diplomatica e la lotta armata si affiancarono nella strategia della R.A.S.D.; il 5 agosto del 1979, dopo aver decretato un cessate il fuoco unilaterale sul fronte sud, il Polisario concluse un accordo con la Mauritania, che recedette dalle rivendicazioni, stremata dalla guerra.
Sul fronte nord, al contrario, la lotta contro l’esercito marocchino proseguì; il Marocco costruì un muro di sabbia di duemilaquattrocento km, un muro di silenzio per contenere l’armata saharawi, circondandolo d’ampi campi minati e sofisticati apparati elettronici.
Il 22 febbraio 1982 la R.A.S.D. fu ammessa ufficialmente come membro dell’Organizzazione dell’Unità Africana (O.U.A.).
Nessuna delle parti in conflitto poté sperare in una vittoria militare sull’altro, ma il 20 giugno 1990 le speranze di pace cominciarono ad essere concrete. Il 27 giugno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottò la risoluzione “690” sulla creazione della missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale, dotandola d’uomini e risorse.
Il cessate il fuoco fu concordato tra i belligeranti il 6 settembre 1991 e sorvegliato da una missione di caschi blu (Minurso) .
 Il referendum d’autodeterminazione fissato dall’O.N.U. per il 26 gennaio 1992, che doveva sancire il diritto del popolo Saharawi a scegliere tra l’indipendenza e l’annessione al Marocco, slittò a data imprecisata a causa del continuo boicottaggio del re Hassan II.
Nel frattempo, il Parlamento Europeo negò la concessione di nuovi aiuti al Marocco nell’attesa dell’adempimento alle risoluzioni dell’O.N.U.
Nell’anno successivo vi fu l’intenzione di trovare un’alternativa al piano di pace e la volontà di intensificare il dialogo per trovare un accordo sulle modalità per organizzare il referendum. Rimasero forti, tuttavia, le divergenze tra il Fronte Polisario e il Marocco che sostenne una soluzione pacifica solo inserendo i saharawi all’interno della comunità marocchina.
Tra il 1994 e il 1995 la Commissione d’Identificazione dell’O.N.U. continuò la missione per la raccolta dei dati relativi al potenziale corpo elettorale saharawi in vista del referendum.
Il Fronte chiese ufficialmente al Segretario Generale e al Consiglio di Sicurezza di preservare l’integrità del piano di pace e di non continuare con azioni che si limivano a riflettere le intenzioni del Marocco.
Il Segretario Generale Boutros Ghali fece intensificare i lavori della Commissione d’Identificazione degli aventi diritto al voto.
Fino al 2002 furono esaminate solo poco più di quattro mila persone.
Il nuovo piano di pace (piano Baker), elaborato nel 2003, fu accettato dal Polisario, ma il Marocco lo rifiutò chiedendo più tempo per riflettere.
Il piano prevedeva l’autodeterminazione del popolo saharawi il cui status, determinato da un referendum sotto l’egida delle Nazioni Unite, sarebbe stato definito quattro anni dopo la sottoscrizione del piano di pace da parte dei soggetti interessati.
Ad oggi il mandato della Minurso è stato protratto ogni semestre, ma il referendum non si è ancora potuto svolgere, il nodo centrale riguarda la composizione del corpo elettorale. La diplomazia saharawi e la solidarietà internazionale lavorano ancora perché sia garantita l’effettuazione del referendum per l’autodeterminazione.
Il Marocco insiste nel rifiuto di criteri concordati nel piano di pace; i nuovi coloni (marocchini), continuamente mandati nel territorio del Sahara Occidentale, intasano gli uffici Minurso con cause d’appello contro l’esclusione dalle liste elettorali. Oltre alla ripresa dello sfruttamento delle miniere di fosfati e dei ricchissimi banchi di pesca lungo le coste atlantiche, il Marocco, dalla fine degli anni '80, porta avanti un’intensa colonizzazione .
Si calcola che attualmente tra coloni, soldati, poliziotti e personale amministrativo ci siano circa duecentocinquantamila marocchini nei territori occupati. Il re del Marocco Mohamed VI prosegue nella politica paterna dell’ostruzionismo.
Ciò che fa oggi del Sahara Occidentale una nazione e un popolo, come per altri paesi africani e non, non è il riferimento a frontiere del passato pre-coloniale, ma la volontà di un popolo che s’identifica nella medesima impronta culturale, sociale e linguistica. 

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